Storie alla finestra – “Nonno Sandro”

Lo intravide ritrarsi dietro alla tenda, che si mosse con un fruscio leggero. Sorrise e si avvicinò al cancelletto di ferro battuto che aprì con una chiave resa riconoscibile da un gommino giallo un po’ consunto. Non fece in tempo a muovere tre passi sul vialetto che suo nonno Sandro aveva già aperto la porta e lo aspettava sulla soglia, in maniche di camicia.

«Nonno, prendi freddo! Si gela oggi».
«Non lo sento nemmeno, non ti preoccupare. Dai, vieni dentro», gli rispose soffiando una nuvoletta di condensa dalla bocca per tutta risposta.

Lucio salì le scale ed entrò in cucina, appoggiando il giaccone accanto alla stufa a legna accesa. Il tepore era confortevole. Sulla credenza in mogano lì accanto campeggiava una foto di sua nonna Amelia sorridente, scattata qualche anno fa, forse nel giardino di casa a giudicare da un’ortensia blu che si intravedeva alle sue spalle. Di fianco un lumino, di quelli rossi che si trovano al cimitero. Il ragazzo sfiorò il ritratto con un dito e si volse verso il vecchio.

«Come stai, nonno? Hai bisogno di qualcosa?»
«Come un marito a cui hanno portato via la moglie e non può più vederla», replicò con un sorriso amaro, dirigendosi verso la finestra da cui poco prima aveva sbirciato, in attesa dell’arrivo di suo nipote.

«Ti ho mai raccontato com’era questa casa quando io e tua nonna siamo arrivati qui pochi mesi dopo il nostro matrimonio? Mettiti comodo…», gli disse, continuando a guardare fuori, lontano verso le montagne innevate per metà, là in fondo.

«Avevamo poco più dei tuoi anni, una ventina, ed eravamo cresciuti entrambi giù in paese. Ma tua nonna era fissata con questo borgo, diceva sempre che avrebbe voluto vivere qui, dove si sentiva in pace. Così i pochi soldi che avevamo da parte li abbiamo usati per questa casa, l’unica che potevamo permetterci. Era poco più di una baracca di sasso e legno, con qualche buco qua e là a far da casa ai topi.

Ma ci siamo rimboccati le maniche e, mentre di giorno facevo il mio lavoro di falegname, nel tempo che rimaneva sistemavo muri, pavimenti, stanze, mobili, finestre, giardino… tutto quello che serviva per renderla sempre più nostra. Sopra avevo lasciato lo spazio per il deposito per la legna e la paglia per le capre e le galline: a tua nonna piaceva andare su a guardare il panorama da uno spazio fra le travi e a pensare, anche quando fuori c’era mezzo metro di neve. A lei non interessava se faceva freddo o caldo, le bastava sentirsi libera di viaggiare con lo sguardo e la fantasia. Era una donna così speciale…

Poi, quando si è ammalata e non poteva più salire nel sottotetto, non la schiodavi più da questa finestra qui, te la ricordi? – Lucio se la ricordava benissimo, la sagoma di sua nonna seduta su una sedia, dietro quel vetro allora senza tenda, con una copertina di lana sulle gambe – È stato un grande dispiacere per lei non poter più guardare fuori ed essere costretta a letto, in questi ultimi mesi…»

Stette in silenzio per un po’, poi tornò a ricordare: «Questa credenza – gli disse indicandola – è uno dei primi mobili che ho costruito per questa casa, una specie di buono auspicio: a quel tempo non avevamo quasi nulla da metterci dentro, qualche piatto, bicchieri e poco più, ma pian piano, come queste mura, si è riempita di vita».

«Piacerebbe anche a me saper costruire qualcosa del genere, ma non posso dirlo a nessuno se non a te. Sei l’unico che mi può capire, nonno, i miei amici mi prenderebbero in giro se sapessero che vorrei fare il falegname. E poi avrei dovuto fare un’altra scuola per imparare, ma sai che papà non ha voluto…», disse Lucio, amareggiato.

«Già, pensava che fossi stato io a metterti in testa strane idee… Nemmeno Amelia è riuscita a convincerlo. Ma stai sicuro che se questa è davvero la tua strada, la imboccherai al momento giusto. E poi, con un maestro come me, non ti serve nessuna scuola, diventeresti bravissimo – gli rispose nonno Sandro sorridendo per un attimo – Tua nonna ne sarebbe fiera…».

Non riusciva proprio a non parlare di lei in quasi ogni frase che pronunciava. Non voleva rischiare di dimenticarsela, adesso che non c’era più. Lucio lo capiva, anche se non poteva sapere cosa volesse dire stare insieme e amare la stessa persona per più di cinquant’anni. Ma il legame che aveva condiviso con sua nonna e che aveva ancora adesso con suo nonno erano sempre stati speciali, al punto da fargli sognare un mestiere e una vita così opposta rispetto a quella che un 18enne desidera in questi strambi anni Venti.

Si alzò dalla poltrona in cui era sprofondato, la sua preferita accanto alla stufa, passò le dita sulle venature del tavolo in ciliegio e raggiunse nonno Sandro alla finestra. Gli strinse le spalle in silenzio, senza sapere cosa dire, e rimase lì con lui a guardare il monte che si stagliava loro di fronte.

La finestra che ha ispirato questa storia si trova a Sciorbagno, una frazione di Montegrino Valtravaglia.

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