E lo stupore che invade la conchiglia del Campo… | Strade Bianche 2017

Ha solo dieci anni, ma ha già il sapore di una di quelle corse che portano sulle spalle diversi lustri di storia: è la Strade Bianche. Parte e arriva a Siena, città che ha dentro di sé la passione viscerale per le competizioni in sella a “qualcosa”. In principio erano – e sono ancora oggi – i cavalli, ma ora ci sono anche le biciclette a portare a termine la loro corsa in Piazza del Campo.

Mi torna in mente uno stralcio di una poesia di Eugenio Montale dedicata al Palio. Rileggendola, scopro parallelismi tra le due corse, simili seppur completamente diverse tra loro.

La tua fuga non s’è dunque perduta
in un giro di trottola
al margine della strada:
la corsa che dirada
le sue spire fin qui,
nella purpurea buca
dove un tumulto d’anime saluta
le insegne di Liocorno e di Tartuca.

Il lancio dei vessilli non ti muta
nel volto; troppa vampa ha consumati
gl’indizi che scorgesti; ultimi annunzi
quest’odore di ragia e di tempesta
imminente e quel tiepido stillare
delle nubi strappate,
tardo saluto in gloria di una sorte
che sfugge anche al destino. Dalla torre
cade un suono di bronzo: la sfilata
prosegue fra tamburi che ribattono
a gloria di contrade.
È strano: tu
che guardi la sommossa vastità,
i mattoni incupiti, la malcerta
mongolfiera di carta che si spicca
dai fantasmi animati sul quadrante
dell’immenso orologio, l’arpeggiante
volteggio degli sciami e lo stupore
che invade la conchiglia
del Campo, tu ritieni
tra le dita il sigillo imperioso
ch’io credevo smarrito
e la luce di prima si diffonde
sulle teste e le sbianca dei suoi gigli.

Palio, Eugenio Montale

Nel Campo, questa volta, non c’è nessun pavimento di sabbia ad attutire l’acciottolato o ad assorbire la pioggia. Questi moderni fantini e i loro destrieri giungono al traguardo ricoperti di fango e terra. Il bianco delle crete senesi si è appiccicato alle gambe, al viso e alle bici, aiutato dalla pioggia incessante e dal vento che hanno trasformato la meravigliosa campagna toscana in una sorta di propaggine terrena dell’inferno.

Su quelle strade si sente forte l’eco della fatica e della sofferenza di quel ciclismo – non a caso – eroico, dove ci si trovava a pedalare con ben pochi mezzi a disposizione: da soli con se stessi, contro la strada.

Già, la strada. È lei la prima avversaria, solo dopo vengono gli altri. Puoi conoscerla a menadito, ma basta una distrazione minima e ti frega, oppure un’illuminazione improvvisa e ti regala la vittoria.

È così – con il tentativo giusto e un tentennamento di troppo alle sue spalle – che Kwiato riceve tutto per sé il boato della folla assiepata lungo le viuzze irte di Siena e la conca di Piazza del Campo, con le braccia al cielo e il sorriso incredulo e un po’ restio ad aprirsi del tutto di chi teme che tutto questo sia solo un bel sogno che sta per essere interrotto dalla sveglia. Lo stesso di Elisa Longo Borghini, anche lei giunta qualche ora prima sulla stessa linea del traguardo a braccia alzate e con un grido di gioia dipinto sul volto.

Per gli altri, la terra appiccicata addosso tira la pelle e forse brucia un po’, come la sconfitta. Che poi, secondo me, questa non è davvero una sconfitta. Non si è primi, è vero, ma dopo aver percorso chilometri difficilissimi per la testa e per le gambe, stanchi, sporchi e sballottati dalle vibrazioni del terreno sconnesso, si è comunque vincitori, si è tagliato un altro traguardo.

Così come nella vita: non sempre conta arrivare davanti a tutti, ma semplicemente farcela lottando contro se stessi, i propri fantasmi e le proprie paure.

E il ciclismo è maestro anche in questo.

LaPresse-D’Alberto/Ferrari

Foto di copertina da E mi alzo sui pedali.

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