Da leggere: The Passenger – Roma

Roma. Chi un po’ mi conosce sa che, quando devo scegliere una città sopra tutte (oltre a quella in cui sono nata e vivo), non ho alcun dubbio: è lei.

Roma con il suo passato enorme, prepotente, che dovunque ti giri, anche a mille (o più) chilometri di distanza, sai che da qualche parte ne troverai una testimonianza. Roma con i suoi tanti difetti, con i suoi lati ombrosi che si oppongono alle facciate linde e luminose di palazzi e chiese. Una città fatta di realtà talmente contrapposte fra loro da risultare poi completamente incatenate l’una all’altra in un modo che, forse, è possibile soltanto lì.

E questa sua realtà emerge radicalmente dalle pagine di The passenger, il primo numero della collana di Iperborea dedicato all’Italia che racconta – con saggi, inchieste, liste, immagini e mappe – le multiformi pieghe della sua capitale. Un viaggio, quello nella Città Eterna, da cui si esce un po’ frastornati.

Roma è una sostanza stupefacente che ti altera le percezioni, ti dissocia, ti sazia, eppure non dà crisi d’astinenza e, come tutte le vere carogne, sa consolare.

Letizia Muratori

Nauseati: è difficile non esserlo di fronte ai caratteri più oscuri e difficili della romanità. La corruzione a tutti i livelli (Mafia Capitale) e un sottosopra che non sa nemmeno più da che parte girarsi; la malavita che si insinua là dove l’ordine costituito non è in grado di arrivare nonostante le migliaia di promesse; chi si fa le regole da solo e cerca di governare un quartiere (i gruppi di estrema destra) creando nemici da trasformare in capri espiatori di un disagio oramai più che generalizzato.

Ecco, le ombre di Roma appaiono tutte quante nei capitoli dedicati alla “Famiglia”, il clan dei Casamonica, alle periferie che strabordano oltre il Grande Raccordo Anulare, tra palazzoni frutto di speculazioni edilizie e l’aperta campagna da cui emerge anche la riserva naturale della Marcigliana – un’area che giace in uno stato di totale abbandono, ma, come scrive Christian Raimo, “verrebbe da dire: per fortuna, che è abbandonata”. Ci sono le ombre della notte romana, che rappresenta forse in modo più evidente questo lato oscuro della Capitale, come la notte in cui Luca Varani è stato brutalmente ucciso da due coetanei senza alcun tipo di movente.

In un caso così semplice eppure così chiuso in se stesso, così privo di mistero eppure così impenetrabile, si nascondeva la chiave per provare a leggere un altro enigma di quasi impossibile soluzione, e quell’enigma era Roma. Il caso Varani era una cartina di tornasole per capire a che punto era la notte della capitale?

Nicola Lagioia

Sono pugni nello stomaco, tutti questi racconti. A far loro da contraltare, però, ce ne sono altri, caratterizzati da atmosfere – si potrebbe dire – più poetiche.

Matteo Nucci parla del Tevere, il fiume da cui Roma si è generata e con cui continua a mantenere un rapporto viscerale ma ambivalente. Gli alti muraglioni ottocenteschi che dividono la città in due, in altezza, cambiandone radicalmente il volto si contrappongono al Tevere degli anguillari, i pescatori di anguille che Nucci incontra all’Anaconda, una chiatta ormeggiata sotto al raccordo: una sorta di mondo “altro” dove rimane nascosta – e preservata – l’anima più profonda e primigenia di Roma.

Fu osservando la Roma fluviale, la città tutta viva nelle sue acque, tra pesciaroli, barcaroli, commercianti e semplici passanti animati da qualcosa che ha a che fare con lo scorrere incessante del Tevere, fu lì che scoprii ciò che avevamo perso per via di quella grande impresa di civiltà, quegli immensi muraglioni a cui ci affacciamo, all’ombra dei platani piantati per l’occasione, per guardare il fiume da lontano e non viverlo più come il dio che era sempre stato, il dio che mi aveva fatto visita all’Anaconda.

Matteo Nucci

E poi ci sono i rumori della Città Eterna, di cui racconta la “guida acustica” di Letizia Muratori:

Le campane, lo sciabordio delle fontane, il rumore sordo delle ruote dei trolley che scorrono su marciapiedi e sampietrini, gli stridii dei gabbiani, i sussurri di preti e suore, l’alba degli spazzini, il traffico, la notte degli ubriachi e dei senza tetto. E poi la musica dei ragazzi della Lovegang cresciuta tra Monteverde e Trastevere e il silenzio stanco dopo una partita di calciotto, “l’unica serietà”, di cui Roma sembra essere capace, come scrive Daniele Manusia, alla quale neanche Francesco Totti, dopo il ritiro, manca di prender parte.

Insomma, ce ne sarebbe abbastanza per chiedersi che città sia questa, come possa piacere, come faccia a essere amata nonostante tutto questo suo contraddirsi continuo. Io non so rispondere con assoluta certezza. So solo che andar via da Roma, una volta che l’hai incontrata, forse un po’ di crisi di astinenza te la provoca, a dispetto di ciò che sostiene Muratori.

Roma è una città vischiosa, ti si appiccica addosso con le sue abitudini e le sue mancanze. Te la porti dietro ovunque tu vada, o forse è lei a trattenere per sempre un pezzetto della tua anima in ostaggio, aspettando che torni a reclamarla.

Daniele Manusia

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