Libri da leggere (e un film da guardare): La spartizione – Piero Chiara

Una delle tre doveva essere la fidanzata. Ma quale? […] Solo alla frutta il Paronzini, a chi avesse saputo leggere dentro il suo gioco forse casuale, diede una risposta simbolica. Dall’alzata di porcellana sulla quale troneggiavano mele e pere, tolse una mela e la pelò tutta in tondo facendo un solo nastro di buccia. La mela era marcia per due terzi. Il Paronzini fece un cuneo del terzo buono e lo posò sulla tovaglia; poi prese un’altra mela, che una volta sbucciata apparve anch’essa marcia per due terzi. Ripeté l’operazione di prima, mentre le sorelle lo guardavano in silenzio. Prese poi una terza mela, e benché fosse marcia solo per metà, tolse dal buono quanto bastava a comporre una mela intera con l’aggiunta dei due terzi che aveva messo da parte. Posò il coltello e con le mani mise insieme le tre parti e si guardò intorno. Il risultato era quasi perfetto.

Questa scena che si trova circa a metà de La spartizione è senza dubbio una delle mie preferite, oltre a essere una delle più leggendarie fra quelle dipinte dalla penna di Piero Chiara.

Qui il Paronzini, o l’Emerenziano che dir si voglia (appositamente con l’articolo, come si fa spesso qui al nord con i nomi), sembra una sorta di Paride messo di fronte alla scelta della dea alla quale donare la famosa mela dorata in cambio di una ricompensa. Ma un Paride ben “capovolto” dalla parodia di Chiara: un antieroe che ricava una mela intera da tre quasi tutte marce e non da offrire, bensì da mangiare in un gesto totalmente autoreferenziale.

Nelle intenzioni del Primo Archivista, infatti, non c’è nessuno spazio per l’amore, ma la pura ricerca – o sarebbe meglio dire caccia di una donna «senza esperienza del mondo ma piena di tutte le possibilità, piuttosto bigotta e niente affatto moderna». Una donna dalla natura «compiuta anche se distorta, da manomettere e da sommuovere senza pietà, crudelmente, come egli pensava si dovesse operare con le donne per trarne i sapori più forti».

Calcoli minuziosi e accurati, caratterizzati pure da una certa discrezione, come quelli del suo “avversario” Paolino Mentasti. Giovane, sfaticato e donnaiolo, come tanti personaggi di Chiara spesso accomodato al caffè, fra sigarette e carte da gioco, è anche lui a caccia di una donna alla quale spillare i soldi «per fumare, per giocare, per correr dietro a donne migliori».

Lungo queste pagine lo scrittore fornisce a chi legge, dietro all’ironia e ai tratti talvolta boccacceschi della narrazione, esempi secondo me perfetti del significato dell’espressione “donna oggetto”. Un concetto che viene amplificato dalla presenza di ben tre “oggetti” del desiderio del Paronzini (uno in comune con il Mentasti): le tre sorelle Tettamanzi. Definite «brutte ciascuna a suo modo di una bruttezza singolare», frutto dell’«amore per il brutto e il deforme» del padre Mansueto (la cui caratterizzazione è tutta da leggere), sono però tutte dotate di un’estrema intelligenza e di una «piccola meraviglia» a testa: la chioma di Fortunata, le gambe di Tarsilla e le mani di Camilla.

A far da sfondo a tutta questa storia dal finale tragicomico c’è una Luino degli anni Trenta, più di fantasia che reale, di cui riesco comunque a riconoscere qualche luogo, sebbene mascherato da un nome simile a quello originale, ma trasformato anch’esso in chiave ironica.

Uno scenario nel quale l’autore porta alla luce, come spesso fa nei suoi scritti, le pulsioni più inconfessabili celate dietro ad apparenze borghesi e a mura domestiche impenetrabili come quelle del “castello” delle sorelle. Mentre le voci curiose che si avvicendano tra i vicoli o nei caffè, fra malizia e mezze verità, sono il segno tangibile di un’esistenza che ribolle come lava incandescente al di sotto di una superficie piatta e calma, al pari di quella del lago in una giornata di sole.

A distanza di tempo, considerando anche che in quell’epoca io non ero di certo nata – e nemmeno nel 1964, anno in cui La spartizione è stata pubblicata – posso comunque dire che la riconosco, questa esistenza. Tutto sommato, novanta o sessant’anni dopo, certe dinamiche della vita di paese non sono poi così diverse da quelle di allora.

Ed è questo che più mi colpisce nel leggere pagine ambientate letteralmente a pochi passi da dove vivo, che si tratti di finzione o meno: la capacità di Chiara di essere ancora oggi estremamente attuale e di farmi riconoscere, anche con pochi tratti sparsi qua e là, l’atmosfera di casa.

Mi chiedo se sia così per chiunque si trovi di fronte a pagine di autori o autrici con cui si condivide l’origine.

La spartizione – Piero Chiara (Oscar Mondadori)*

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• Dalla carta allo schermo

Da La spartizione è stato tratto anche un film con la regia di Alberto Lattuada e Ugo Tognazzi nel ruolo di Emerenziano Paronzini: Venga a prendere il caffè da noi – due Nastri d’Argento per la migliore sceneggiatura e la miglior attrice non protagonista – è uscito nelle sale nel 1970 ed è stato girato tra Luino e Cuvio, un paese a pochi chilometri da qui.

Sebbene il regista lo abbia voluto collocare nel secondo dopoguerra, nello svolgimento della trama è rimasto quasi completamente fedele (i due finali sono in realtà leggermente diversi) al romanzo di Chiara che, un po’ come Hitchcock, non ha disdegnato di apparire nella pellicola nei panni del Pozzi, un amico del Mentasti.

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