Libri da leggere | Top 5 del 2022

Lo dico subito: ho fallito miseramente la reading challenge dell’anno appena concluso, con 24 libri letti su un obiettivo di 35. Obiettivo che ho testardamente reimpostato per il 2023 – grazie a Goodreads, con cui tengo traccia di letture e libri sparsi per casa.

In questi dodici mesi così frenetici, soprattutto gli ultimi, ritagliarmi un momento per leggere senza crollare sul cuscino in pochi minuti è stata un’impresa, ma non ho certo smesso di provarci. Anche se le mie aspettative su quali libri tenere sul comodino sono andate in parte disattese (cosa che vale anche per film e serie da guardare).

Quel che è certo, però, è che almeno cinque che abbiano saputo darmi quel qualcosa in più ci sono stati anche questa volta.

Ché si può fare più fatica, litigare con il tempo che non basta mai e con le pagine che aumentano perché come si fa a dire no all’acquisto di libri nuovi, ma se la lettura è un posto sicuro, saprà esserlo in qualunque circostanza. E saprà regalare ciò che serve anche con un solo romanzo o un racconto di cinquanta pagine.

Dunque, i migliori cinque libri del 2022. Eccoli qui.

Al momento primo e unico romanzo che ho di questa autrice. Scelto e acquistato in vacanza, da un lato perché avevo letto tante parole di apprezzamento su di lei e dall’altro per la trama che si svolge nell’antica Roma. Una delle mie epoche predilette.

L’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C. – “il prodigio” – e Pompei che scompare sotto la cenere vengono visti con lo sguardo di un figlio di quella città, Lucio, che cresce in quegli anni e non ha alcuna intenzione di farsi ostacolare da una parziale cecità, mettendo tutto se stesso nell’obiettivo di entrare nella flotta imperiale.

Perché un occhio che non vede diventa un occhio che sa vedere addirittura oltre e più degli altri.

Un limite è un limite solo se uno lo sente come un limite, sennò non è niente.

Destino e scelte personali, qui, sono il centro della storia, quasi annodandosi l’uno con le altre come i fili tessuti dalla Parca “di mezzo”. Fili che Lucio, però, ha intenzione di torcere come vuole lui, cercando di tenere per mano la propria esistenza. Ma la Fortuna (che non è solo il nome della nave di Plinio il Vecchio), ha in serbo molto per lui. E non senza dolore.

Il mio primo Iperborea – anche questo comprato al mare, in una delle librerie più belle in cui sia mai capitata, la Pagina 27 di Cesenatico, dove scegliere qualcosa da portare a casa con me si è rivelato ancora più difficile del solito perché ogni angolo offriva qualcosa agli sguardi (compresa una gatta, forse la vera padrona di quel luogo magico).

I porti del romanzo in realtà non sono uno, bensì quattro, e il capitano Marcel li tocca uno per uno, incrociando nel contempo le vite di Rosa Moreno, Madame Le Grand, Peter Sympson e Jacob Nielsen.

Galizia, Bretagna, Irlanda e Danimarca. Posti (e persone) così diversi eppure così simili, con sogni intensi e una vita che non li soddisfa a pieno: Marcel catalizza tutte queste esistenze attorno a sé, così come quelle dei suoi marinai che, all’opposto dei quattro personaggi “di terra”, hanno desideri di concretezza quasi fin troppo banale, per certi versi. Un’auto di lusso, ad esempio.

In queste pagine che scorrono via troppo veloci ci sono perciò due mondi che trovano il modo di unirsi attorno a un centro che all’improvviso scompare nell’infinito del mare aperto. Ma non prima di aver dato vita a nuovi incroci e di aver spalancato nuovi orizzonti per tutti.

Le stagioni che si susseguono e, con loro, fioriture di ogni tipo, ciascuna sotto lo sguardo attento e privilegiato di una poetessa come Emily Dickinson. Una poetessa che era anche una giardiniera, anzi che era una giardiniera prima di tutto. Tanto da aver studiato botanica all’Amherst Academy.

E proprio casa Dickinson, ad Amherst, nel Massachusetts, è il fulcro di tutto questo, con il suo giardino traboccante di frutti, profumi, colori: una varietà immensa di fiori e piante che hanno sempre ricoperto un ruolo fondamentale nella sua scrittura.

Qualunque fosse il periodo, il giardino le fu sempre d’ispirazione. E le sue poesie si sono rivelate davvero perenni.

Questo libro è strutturato come una sorta di calendario che dalla primavera giunge fino all’inverno in cui, fra illustrazioni, versi, immagini d’epoca e pagine da cui trarre spunti su quali fiori e piante avere a casa propria, ci si può perdere alla scoperta di un universo che appare nello stesso tempo estremamente circoscritto (specialmente nel periodo in cui Dickinson decide di non lasciare più la sua stanza) eppure immenso e strabordante di possibilità, letterarie e non.

Quando mi chiedono se c’è un libro che a scuola ho “odiato” e poi ho rivalutato, ecco, lui è uno di questi, insieme a Madame Bovary. Con altri ammetto di non averci ancora riprovato, nemmeno a distanza di quindici anni (ciao, Malavoglia).

Se una volta quel “sostiene Pereira” replicato all’inizio, alla fine o nel mezzo delle frasi, scritto così o nella forma rigirata “Pereira sostiene”, mi faceva ridere, adesso è uno dei tratti distintivi di queste pagine che in qualche modo mi conforta.

Anche perché di confortevole, qui dentro, non è che ci sia granché: il Portogallo della dittatura di Salazar, il controllo e la censura della stampa, la repressione del dissenso con la violenza. Tutte cose che ci piacerebbe fossero ormai lontane nel tempo e unicamente materiale per i libri di storia, mentre invece basta attraversare pochi confini, più o meno virtualmente, per ritrovarsi in luoghi in cui ci sono ancora migliaia – milioni – di persone costrette a vivere sotto una cappa di minaccia continua.

È che forse, quando eravamo adolescenti noi, non eravamo così in grado di accorgerci di quel che succedeva, le cose ci toccavano diversamente da adesso. E magari è anche per quello che ci annoiavamo a leggere testi come questi. Ora capiremmo subito di trovarci di fronte a qualcosa di simile, con una lezione che, ancora una volta, non è stata imparata.

L’ultimo libro che ho letto nel 2022, uno di quelli che al solo vederli dalla copertina e da poche frasi condivise qua e là mi ha fatto immediatamente pensare “tu devi entrare nella mia libreria”.

Se ha un difetto? Che è un racconto e, pertanto, è breve. Perché nel leggerlo si vorrebbe andare un po’ più in là delle pagine in cui la storia si ferma senza però chiudersi del tutto. Come una porta socchiusa che lascia spazio a immaginazione, speranza, curiosità e anche a un po’ di amarezza, perché la narrazione ha un suo sfondo duro – ispirato alla storia, quella vera – e doloroso: quello di un piccolo borgo irlandese nel dicembre 1985 affacciato sul torbido fiume Barrow e con una di quelle “nere” Magdalene Laundry chiuse solo negli anni Novanta, dopo anni e anni di sfruttamento, violenze e uccisioni di giovani donne e neonati.

Ma queste pagine, pur dolorose, sono una mano tesa, come quella di Bill Furlong: un invito a non voltarsi dall’altra parte, a porsi domande e andare oltre la piatta superficie di una vita quotidiana presa come alibi per continuare a vivere con tranquilla indifferenza.

Si ritrovò a domandarsi che senso aveva essere vivi se non ci si aiutava l’uno con l’altro. Era possibile tirare avanti per anni, decenni, una vita intera senza avere per una volta il coraggio di andare contro le cose com’erano e continuare a dirsi cristiani, a guardarsi allo specchio?

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