Nemo me impune lacessit | UCI Road World Championship – Glasgow 2023

Glasgow è fatta di palazzi antichi, in mattoni scuri, accanto a edifici chiari, lineari e contemporanei. Meno affascinante di Edimburgo e del suo Royal Mile, per me. Meno ancora delle vaste Highlands e della selvaggia natura scozzese che mi hanno rapito il cuore in un istante.

Ma questo suo intimo contrasto di luci e ombre, di strade linde e vicoli bui, la rende perfetta come scenario per un circuito nervoso, tutto angoli, salite, discese e curve strette, senza un attimo di respiro, dove non puoi fare altro che spingere sui pedali e rilanciare sempre, fino al limite.

E infatti – sarà la tensione accumulata in quell’ora vuota trascorsa nella campagna prima di salire a Crow Road dove solo i belati lontani delle pecore squarciano il silenzio – i ragazzi aggrediscono le vie di questa città con una fame e una rabbia che ci esalta tutti fin da subito.

Giro dopo giro, attacco dopo attacco, la situazione non è mai davvero definita e sembra manchi un giro solo alla fine mentre invece ne mancano ancora dieci, nove, otto, e così via. Ovviamente, perdo subito il conto.

L’onda del boato che sale da Montrose Street a ogni passaggio e si mischia alla musica disco sparata al massimo dalle casse dei tifosi del Nord Europa è una enorme dose di adrenalina che placa la fame, la stanchezza e tutto il resto. Siamo tutti lì in un unico respiro, in un unico urlo, in una bolla che ci tiene sospesi, ma incredibilmente vivi.

Alberto Bettiol prova ad allungare – una maglia azzurra da sola davanti a tutti i più forti al mondo – e noi italiani sogniamo per un po’ quell’arcobaleno che nel frattempo si apre per davvero sopra le nostre teste, fra la pioggia sottile e il sole che gioca a nascondino con le nuvole grigie.

Sembra che neanche gli dei del ciclismo sappiano cosa decidere per questa giornata così insane, come si dice in inglese. Troppi i pretendenti per un’unica maglia, ognuno con i suoi desideri più intimi, con i suoi sogni e la voglia di dare ogni stilla di energia e anche di più, fino al sangue, su un asfalto che può dare tutto e togliere tutto in un unico, fottuto istante.

Ma quando infine Mathieu Van Der Poel scatta, in cuor nostro lo sappiamo che i pianeti si sono improvvisamente allineati. Che non ci poteva essere nessun altro che lui, lì davanti, a spianare le salite come se fossero tratti di pianura, a pennellare le curve come su un qualsiasi circuito di ciclocross, a stringere il manubrio fino quasi a spezzarsi le nocche bianche per lo sforzo, senza guantini, con la maglia e i pantaloncini slabbrati per una scivolata che ci toglie il fiato per un secondo.

Nemo me impune lacessit”, recita il motto dell’Ordine del Cardo, il fiore simbolo della Scozia. Nessuno mi attacca impunemente, potrebbe dire la strada stessa, se avesse la voce per parlare o la capacità di scrivere. E noi non avremmo certo l’ardire di contraddirla, no?

Poi, che questo sembrasse quasi un mondiale di CX su strada lo si capisce anche da chi gli arriva alle spalle: Wout Van Aert, ancora maledettamente secondo dietro al suo rivale di sempre, con o senza il fango del freddo inverno belga a ricoprire bici e volti.

E infine Tadej Pogačar che, dovunque corre, si porta dietro quel ciuffo ribelle che spunta dal casco come cifra della sua incredibile leggerezza d’animo con cui plana sulle cose e le fa sembrare di una semplicità disarmante.

No, non è un caso se loro tre sono la “Santa Trinità” di questo ciclismo che ci apre il cuore e ce lo strappa in mille pezzi ogni volta. Non è un caso se questo podio è tutto per loro e ci appare irrimediabilmente perfetto così.

Non è un caso se l’iride avvolge il petto di chi, giù dalla bici, torna a essere un ragazzone con gli occhi chiari e il volto di un bambino che, alla fine di una giornata come questa, ha lo sguardo perso nel vuoto delle emozioni che si incastrano una sull’altra e chissà, forse anche nel ricordo di un certo nonno Raymond che dal suo posto privilegiato tra le nuvole avrà sorriso, ancora una volta fiero e orgoglioso di suo nipote.

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