Libri da leggere | Top 5 del 2020 (e un “Rieccomi”)

Per come sono andate le cose negli ultimi mesi del 2020 credevo che non sarei mai riuscita a ricominciare a scrivere qui sopra (e, lo ammetto, questo mi pungeva un pochino lo stomaco).

Da settembre, questo posticino è andato un po’ in letargo. In effetti, credo gli fosse estremamente necessario (oltre che a me stessa). Il tempo che mi è mancato fisicamente per trovare l’ispirazione e la forza di scrivere anche qui mi è servito per ri-calibrare la bussola e puntarla verso una direzione – perlomeno ipotetica.

E ora, rieccomi qui. Con questo post un po’ “di passaggio”, tra cose vecchie e cose nuove.

Le cose vecchie, che non cambieranno mai, sono i libri: quelli che mi hanno saputo dire qualcosa lungo dodici mesi che definire complicati sembrerebbe quasi un eufemismo.

Le cose nuove (oltre a un nuovo dominio e a un nuovo nome per questo spazio) sono che, per questa volta, ne ho scelti solo cinque. Non perché ne abbia letti meno del solito, ma perché altrimenti nella classifica ne sarebbero entrati ben più di dieci. E allora quelli avanzati me li riservo per raccontarveli meglio in futuro.

In questo anno bisesto e altrettanto funesto – di cui qualcosa si è comunque salvato, non è stato completamente orrendo, per fortuna – ho alternato momenti di lettura folle ad altri in cui anche solo leggere due pagine diventava una fatica insormontabile.

Ci sono state serate nelle quali mi sono rannicchiata sotto le coperte e, dopo poche righe, il sonno mi ha afferrata. Altre serate in cui ho riscoperto con un sorriso quanto un libro possa prendere al punto da andare oltre ogni stanchezza. E poi ancora, serate nelle quali cui è stato sufficiente accarezzare la copertina sul comodino con la punta delle dita per sentire di avere accanto una specie di “coperta di Linus” estremamente calda e confortevole.

Cinque libri, dicevamo. Eccoli qui.

  • Tre amiche al lago, Dora Heldt

Questo è uno di quei libri che ho scelto salvandomi un post su Instagram e un trafiletto su un giornale (era Donna Moderna, se non ricordo male). Jule, Alexandra e Friederike si ritrovano dopo anni di lontananza grazie a un “ultimo atto” pianificato da Marie, la quarta amica, il vero collante fra loro – almeno fino una rottura apparentemente inevitabile e incolmabile. Un incontro che è più che altro uno scontro, con un passato da affrontare e non più da rifuggire, segreti che vanno ancora svelati dopo tanto tempo e, soprattutto, un perdono da offrire: la cosa più difficile di tutte, quest’ultima. A far da sfondo a tutto questo c’è una casa al lago, il vero nesso tra passato, presente e futuro, la dimostrazione che esistono tanti luoghi che sanno conservare e restituire memoria (e amore) ogni volta che occorre.

  • Persuasione, Jane Austen

L’universo di “zia Jane” è un mondo nel quale torno sempre con piacere, per le storie che contiene e per lo stile con cui le ha sapute narrare: un’impronta capace di affascinare ancora oggi, a giudicare da come sta andando bene, su Netflix, la serie Bridgerton. Persuasione è l’ultimo romanzo completo della Austen, tra tutti quello forse più romantico – o meno cinico nei confronti della società del suo tempo? Di certo, benché i miei personaggi del cuore siano Elizabeth Bennett e Fitzwilliam Darcy, anche Anne Elliot e Frederick Wentworth hanno saputo catturare il mio lato più sentimentale. E sì, lo ammetto: ogni volta che mi imbatto nella dichiarazione d’amore del capitano, la rileggo almeno dieci volte.

Mi penetrate l’anima a fondo. Sono diviso tra l’angoscia più cupa e la speranza. Non ditemi che è troppo tardi, che quei preziosi sentimenti sono svaniti per sempre. Mi offro nuovamente a voi con un cuore che vi appartiene ancora più pienamente, di quando voi quasi lo spezzaste otto anni e mezzo addietro. Non osate dire che l’uomo dimentica prima della donna, che il suo amore muore prima. Non ho amato altri che voi.

  • Nonluoghi, Marc Augé

Non una lettura di piacere, ma di dovere: quello di trovare l’idea che mi permettesse di scrivere la tesi di laurea che volevo (qui ve ne ho parlato). Ma dentro queste poche pagine c’è l’apertura di una prospettiva sul mondo contemporaneo dalla quale possono scaturire mille altri pensieri, come è accaduto a me. Di sicuro è un’occasione per riflettere su noi stessi, sulla nostra individualità, su come (e dove) ci rapportiamo agli altri e a tutto ciò che ci circonda.

  • Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio, Remo Rapino

Qui è proprio il caso di dire “influenced by” Valentina Aversano (alias SignorinaLave): una delle scoperte migliori che io abbia fatto su Instagram e Twitter e, di conseguenza, una delle persone che seguo con più ammirazione sui social. Valentina si occupa della comunicazione web di minimumfax, la casa editrice che ha pubblicato anche Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio. Rapino, con questo romanzo, ha vinto la 58esima edizione del Premio Campiello, dedicandolo al padre che è entrato e uscito dalla scena del mondo tra il 1926 e il 2010, proprio come Liborio. Non sapevo cosa ci avrei trovato dentro, mi sono fidata di cio che “mi è arrivato” e l’ho fatto mio. È stata un’immersione in un mondo totalmente “altro”: un flusso di coscienza di chi vive e racconta tutto ciò che vive dal punto di vista decentrato degli ultimi, come coloro che abitano le periferie di un’esistenza travagliata dalla malattia (mentale, in questo caso). Un libro che è stato una scossa alla testa, al cuore, allo stomaco: a tutto, insomma.

Però mica è tanto matto sto mezzo matto di Bonfiglio Liborio.

  • Anonimo veneziano, Giuseppe Berto

Il penultimo libro letto nel 2020. Breve, brevissimo, ma dilaniante. Pescato un po’ a caso tra i volumi di mia madre e un ’ perché Venezia è uno di quei luoghi capaci di esercitare intatto il suo fascino decadente, anche a distanza di tempo. Non mi aspettavo uno schiaffo così, da queste poche pagine, eppure me lo sono preso dritto in faccia – lacrime comprese. È una di quelle storie nelle quali farsi del male sembra l’unico modo per riuscire a soffrire meno mentre invece, passare attraverso il dolore può salvare anche da una morte che appare sempre incombente, là, sullo sfondo.

«Ricordi la prima cosa che t’ho detto stamattina? Grazie che sei venuta. Tentavo di fare lo spiritoso, ma non sai quant’ero sincero».

«Ho paura d’averti fatto più male che bene».

«M’hai fatto bene».

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