L’Enfer du Nord mène au Paradis | Paris-Roubaix 2022

Ho una mappa in testa. Non una di quelle iper dettagliate, piene di linee e spazi precisi e colorati, ma una di quelle che potrei tracciare in mille modi diversi, piazzando come voglio i quattro snodi che ne segnano il percorso.

Quello che non cambia è l’ordine che li lega, così come il punto di arrivo. Né muta ciò che i luoghi mi hanno saputo trasmettere in questo nostro primo incontro vis à vis, sebbene non sia ancora completamente in grado di elaborare a parole tutto quanto.

Insomma, è la mappa concettuale della mia prima Paris-Roubaix.

1. Trouée d’Arenberg

A guardarla dall’ingresso, con le miniere di Wallers e una fila interminabile di camper alle spalle, sembra scendere giù nelle viscere del pianeta per poi risalire.

Arenberg è un luogo sacro, un tempio nel bel mezzo di una foresta, con alberi alti per colonne e terra scura e pavé sconnesso al posto dei marmi splendenti.

Un tempio nel quale, però, per dimostrare la propria devozione, bisogna entrare il più a tutta possibile, se si è in sella. Lo si deve aggredire, per poi lasciarsi aggredire. Si potrebbe dire: porgere l’altra guancia.

Come le salite più dure dei Grandi Giri, tutta la Roubaix – e Arenberg in particolare – ha in sé qualcosa di potentemente mistico. È talmente concreta da chiamare in causa lo spirito più profondo di ciascuno.

La foresta, però, consente di masticare improperi e persino bestemmie, miste alla polvere o al fango, perché sa che il primo incontro con lei è puro shock mescolato all’adrenalina. E in questa specie di centrifuga non c’è né spazio né tempo per reprimere l’istinto.

Se chiudo gli occhi sento ancora il frastuono delle bici sulle pietre, che qui è completamente diverso da quello che si può ascoltare altrove. Sembra di percepirne un’eco che sale verso l’alto, come il fumo dei sacrifici ben accolti da Dio. È un rombo metallico che vibra sotto i piedi, sui palmi delle mani con le vesciche che essudano (e a volte sanguinano), in ogni muscolo teso e squassato dalla fatica.

C’è chi ha provato a scombinare carte e piani prima di toccare questi due chilometri e rotti di pavé, ma una delle poche certezze di questa corsa è che la Roubaix comincia, per davvero, qui.

2. Carrefour de L’Arbre

Il Carrefour taglia in due i campi, come gli altri settori che attraversano la campagna e per il resto dell’anno restano quasi anonimi sentieri pietrosi buoni per i trattori dei contadini. Quasi, perché ci sono persone che se ne prendono cura e li sistemano – o li rivoltano, per renderli ancora più bastardi.

In fondo, verso l’uscita, c’è un edificio in mattoni rossi, come il 90% delle case qui nell’Hauts-de-France: è L’Arbre. Un tempo era un’osteria, oggi è un ristorante gourmet. E mi fa strano pensare che in un luogo così lontano da tutto, così abituato alla durezza, ci sia un posto in cui mangiare, molto probabilmente, molto meglio rispetto a tutti quegli scalcagnati ristoranti in cui ci siamo imbattuti in quattro giorni a Roubaix (con la sola eccezione di Kortrijk, Belgio). Ma forse anche questo è uno dei tanti paradossi a cui il ciclismo mi ha abituata in questi anni.

Ai bordi delle canaline crescono erba e ortiche, c’è da stare attenti a cosa sfiorano le caviglie. La terra, sotto i piedi che la calpestano – gli agricoltori immagino si siano rassegnati, ormai – sprigiona un profumo intensissimo. Un aroma che racconta di una primavera secca e assetata, anche qui, eppure pronta comunque a germogliare di nuovo o a continuare a riposare nei campi lasciati a maggese.

Oltre la strada e i viottoli battuti in mezzo al mais ci sono terreni pieni di colza in fiore: un mare giallo intenso che ci fa pensare immediatamente all’estate del Tour e ai campi di girasoli. Giallo come le bandiere fiamminghe che sventolano ovunque, assurte a simboli universali di questo sport non solo qui, ma anche quando corre lontano dalle Fiandre.

Sembra quasi fatto apposta, il lato migliore per scattare foto è quello in pieno vento: significa che la polvere me la prendo tutta quanta addosso anch’io, a ogni folata sollevata dalle bici o dalle ammiraglie. Come per condividere almeno una minima parte di tutto questo, anche mentre aspettiamo gli ultimi, quelli che non hanno neanche più possibilità di piazzarsi, eppure vanno avanti lo stesso per onorare la corsa.

E quando, a sera, sento ancora la terra sotto i denti mentre sbocconcello una brioche suisse piena di crema e glassa che mi salva la cena, capisco che è tutto dannatamente bello e reale.

3. Flamme rouge

Una stella. Dopo la foresta, dopo Mons-en-Pévèle, dopo il Carrefour, una stella significa praticamente liscio, come il burro spalmato nella mia mezza baguette e che rende così buona la sfoglia dei pain au chocolat che riempiono le vetrine delle boulangerie.

Sono gli ultimi trecento metri di pavé in linea retta, a pochi colpi di pedale dall’ingresso nel velodromo.

Alla fine del viale fiancheggiato da due basse file di siepi, in alto, sventola il triangolo rosso della flamme rouge.

Fra coloro che passano dall’Espace Charles Crupelandt c’è chi può già tirare un sospiro di sollievo e pensare al profumo di bagnoschiuma nelle docce e chi invece non può ancora permettersi di perdere la concentrazione.

Oramai è solo questione di qualche curva.

4. Le Vélodrome

Il boato della folla, una campanella che suona, un ultimo giro: è finita.

Elisa Longo Borghini urla, sorride, poi si lascia andare al pianto. Le passano un telefono e dall’altra parte ci sono parole che bastano per due. Dylan Van Baarle scuote il capo, poi esulta, si prende testa e casco fra le mani e ancora non ci crede. Solo win, si dice in inglese: entrambi hanno avuto il tempo di gustarsi sotto le ruote tutta la dolcezza di quell’anello finale ora sì, davvero liscio, bordato di azzurro cielo, senza il fiato degli altri a incombere sul collo.

I corpi sono svuotati, sudati e incrostati di polvere e sali, eppure continuano a vibrare come se fossero ancora sulle pietre. Ma è solo una sensazione, come il “mal di terra”, un «ma chi me l’ha fatto fare» misto a una certa voglia di ricominciare da capo.

Lewis Askey, 21 anni, è seduto sul prato del velodromo. Con una mano stringe una bibita, con l’altra si tiene il ginocchio bendato che gronda sangue dopo una caduta a 155 chilometri dall’arrivo. È arrivato quarantaduesimo, perché non finire la Roubaix gli avrebbe fatto più male di quel taglio profondo da medicare. E nonostante tutto ha già voglia di riprovarci.

Lassù, sul muro esterno di una tribuna, perfettamente alle spalle di tutti coloro che superano la linea bianca e nera del traguardo, si legge una frase: L’enfer du Nord mène au paradis. L’inferno del Nord porta al paradiso.

E anche la mia mappa si ferma qui.

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