Una striscia gialla di fiori di topinambur a bordo strada. La nebbia lattiginosa che ho imparato ad attraversare nelle mattine autunnali, tra Gavirate e Varese, mentre il sole, là sopra, è una sfera perfetta che si riesce a guardare una volta tanto senza venire accecati.
Continuo ostinatamente a portare con me una giacca pensando che faccia freddo, ma qui l’unica cosa che mi fa percepire l’autunno è l’inclinazione della luce, obliqua come piace a me, unita al profumo fortissimo di olea fragrans che si spande senza sosta dai giardini. Tolgo la giacca e la chiudo nello zaino.
Le ville di Varese sonnecchiano perse nella loro lunga storia, in fondo ai viali, dietro alle siepi ben potate o nascoste da vere e proprie giungle verdi, a metà tra una nobiltà perduta o tuttora ostentata. Qua fuori, per strada, non sappiamo bene se concederci un pisolino anche noi o se continuare ad andare, a camminare su una striscia di asfalto alla ricerca del punto giusto per vedere bene qualcosa o qualcuno.
È che, lo capisco passo dopo passo, questa si rifiuta di essere una giornata che mi fa vedere qualcosa – non a caso impazzisco perché nelle foto che scatto non riesco quasi mai a scovare né Pogačar né Roglič.
È uno di quei giorni in cui devo solo sentire ogni cosa passare attraverso la pelle già appiccicaticcia di sudore e umidità nei ventisette gradi di un giorno di inizio ottobre in cui le foglie iniziano a cambiare colore, ma ci sembra di essere ancora in estate e non già alla fine di un’altra stagione.
Salendo verso il centro, mentre ancora corrono le ragazze, incontriamo un camper dove i tifosi hanno già allestito tavoli e cibarie da condividere con chi passa per godersi la corsa. Sono italiani, a giudicare dalla targa, ma hanno appeso fuori la solita bandiera gialla con il leone delle Fiandre. Un simbolo che in questo mondo tutti conoscono, anche chi non sa con precisione dove stiano davvero quelle terre elette dal dio del ciclismo.
Perché il Belgio e il suo modo folle di vivere questo sport sono uno stile di vita. E io mi sento di nuovo, in un nanosecondo, sull’Oude Kwaremont ad aprile, in mezzo al fango, all’odore delle birre e al frastuono della Ronde.

Ma qui è diverso. Qui non cerco quasi mai il caos. Il legame con la “mia” Tre Valli è egoistico, in un certo senso.
Viscerale.
Siamo solo io e lei, io e i corridori un giro dopo l’altro, io e il vento in faccia che mi attira a sé come una sirena che ammalia Ulisse – e qualcuno dovrebbe legarmi a un palo prima che faccia un passo di troppo sulla strada.
Normale amministrazione, in realtà, ormai ho perso il conto delle volte in cui ho rischiato di venire investita dal gruppo – e sono le uniche volte in cui non ho mai avuto paura. È follia? Forse. Ma quella nello stesso tempo lucida e incosciente di chi sa che, quando si ama, si può fare anche l’impossibile.
