Non c’è futuro senza pace | Dall’Ucraina in Italia per sognare Parigi in MTB

Hanno addosso la timidezza dei giovani e quell’essere un po’ schivi e di poche parole tipico di chi va in bici per passione e per professione (“That’s why I love cycling”, gli dico). Sulle labbra il sorriso di chi vive ogni giorno amando quello che fa, ma con il cuore gonfio al pensiero di casa, lontana là, da qualche parte, con la continua minaccia dei razzi che piovono inclementi dal cielo.

Anastasia, Sasha, Maria, Volodimir e Sasha sono seduti intorno a un tavolo insieme a me e a Maura e Luis, che li ospitano, con le loro divise gialle e blu e gli scarpini da stringere, pronti a saltare in sella per un’altra giornata di allenamento.

Con loro c’è Misha, il loro ds, il loro supporto in tutto ciò che fanno in questo ritiro e in tutti gli altri, nelle gare e sicuramente anche un po’ nella vita di tutti i giorni. Non perde mai il sorriso, nemmeno mentre mi mostra un video che gli hanno mandato da Kiev: si vedono dei razzi cadere sulla città, le esplosioni che si innalzano nell’aria come segni di inferno sulla terra. Da due anni questa è la loro quotidianità, dentro e fuori dai rifugi (per chi ha abbastanza tempo per raggiungerli), alla ricerca di una parvenza di normalità nonostante la guerra che attraversa ogni giorno, minacciosa, i cieli sulla loro testa.

Solo uno dei due Sasha parla inglese ed è lui, con Misha, a rispondere alle mie domande a nome di tutti gli altri. Qualcuno di loro non ha nemmeno vent’anni, una di loro ne compie diciotto giusto oggi e sono contenti di essere qui in Italia perché amano la pizza e il caffè e le montagne di questo piccolo angolo di Lombardia.

Quando mi parlano di ciò che vivono da quasi ventiquattro mesi mi verrebbe da dirgli che immagino come si sentano, ma la verità nuda e cruda è che no, da “questa parte di mondo” non lo posso immaginare davvero.

Cosa si prova a pedalare nei boschi mentre la contraerea cerca di intercettare gli attacchi – Sasha dice che a volte è quasi divertente, ma forse si ride solo per non pensare al peggio –, mentre si prega che la direzione presa dai colpi che trovano un varco tra le armi della difesa non sia quella della casa di un parente, quando si viene a sapere che un amico che è andato a combattere all’improvviso non c’è più: io non lo so, loro sì.

Eppure questo non li ferma, anzi, li sprona a lottare e a sognare ogni giorno di più. A sognare persino le Olimpiadi di Parigi, dove poter portare alta, in mezzo a tutto il mondo, la bandiera dell’Ucraina e la fierezza di un popolo che non vuole mollare.

Il movimento della MTB, nel loro Paese, è relativamente giovane – ci tengono a sottolinearlo, quasi si sentissero ancora dei pionieri di questo sport e in effetti un po’ lo sono, dato che Sasha è stato il primo della sua nazione a vincere un titolo europeo di Cross Country nel 2021. E con il pass olimpico a portata di mano è difficile nascondere l’eccitazione e la voglia matta di allenarsi al meglio per gareggiare off road e ottenere i punti necessari a volare in Francia.

Non hanno tentennamenti, però, quando gli chiedo quali sono i loro desideri per il futuro: non decine di vittorie, non titoli iridati, ma solo la pace e una vita tranquilla per loro e le loro famiglie.

Li incrocio ancora un paio di volte, mentre sto per risalire in auto e mentre torno verso casa, poco prima del bivio per il San Michele dove hanno detto che saliranno oggi. Mi urlano un ciao! in italiano e pedalano via leggeri, come dovrebbero – come dovremmo – essere sempre.

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