Pellegrini | Giro d’Italia 2024 – St. 2 S. Francesco al Campo-Oropa

Andiamo verso Biella – e da lì saliamo fino a Oropa – con un cd degli Abba nell’autoradio, come si faceva dieci, quindici anni fa. A posteriori mi verrebbe da dire che quella musica non c’entra nulla con una tappa come quella di oggi, che è fatta di gente che, da ogni dove, vediamo salire e scendere a piedi o in bici lungo i tornanti, curiosa, appassionata o abbarbicata a ricordi da rivivere o da raccontare a chi, nel 1999, non era qui.

I canti gregoriani che si sentono all’esterno della basilica superiore, banalmente diffusi da una cassa, potrebbero essere molto più adatti a una giornata che sa di mistico, dove si continua a guardare la strada sotto ai piedi e a sollevare lo sguardo verso l’alto per cercare un segno tra le nuvole basse ad avvolgere le cime brulle delle montagne.

Qualsiasi cosa che ci ricordi, come dice un tizio con una bandiera nera da pirata a quelli che vede pedalare con più sofferenza, che “Pantani ci vede”. O che la Madonna Nera ci osserva benevola lì dal suo santuario, a seconda di chi sentiamo più vicino a noi.

Sacro e profano: è sempre così quando si tratta di ciclismo e salite. Una croce sulla vetta, una chiesa, qualche cappella sparsa sulla via, quasi a fare da contraltare a tutte le imprecazioni e le bestemmie che chi sale sgrana al posto dei rosari per cercare di addomesticare la fatica.

Quello che non sappiamo è se anche Tadej Pogačar, dentro di sé, la mastica, la fatica, la durezza della strada. Sale così veloce e così leggero che sembra sconfessare ogni maledetta difficoltà che leggiamo negli occhi e nelle pedalate più o meno scomposte di chi arriva dietro di lui e di chi ha pedalato qui prima di lui. Se non fosse per ovvi motivi cronologici, si potrebbe quasi pensare che sia stato lui a ispirare Italo Calvino per quella definizione di leggerezza che non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto.

Il paradosso è che siamo tutti qui a pensare ancora a Marco Pantani, alle sue sofferenze, alle ingiustizie che ci pesano sulla memoria, a quei 49 corridori ripresi e superati uno a uno su questa stessa via, e poi ci mettiamo in cammino per venire a vedere un ragazzo, che passa e va come uno senza pensieri, e tutti gli altri dietro di lui – forse perché in questo momento tutto quanto attorno ci spezza il fiato e vorremmo essere davvero senza pensieri, se non di cose futili e belle.

Per questo saliamo e scendiamo, pellegrini del ciclismo e dei ricordi. Scriviamo nomi sulla strada, di chi non c’è più e di chi vogliamo incitare fino a perdere la voce. Portiamo bandiere, birre, panini, coperte per sederci sull’erba umida o semplicemente noi stessi e basta, ad attendere ore per un minuto di estasi.

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