Première fois de folie | Tour de France 2024 – St. 20 e 21 – Nizza

Lo zaino sulle spalle ci fa sudare ben prima di arrivare nel bel mezzo della mischia. Nemmeno il mare a due passi riesce a lenire la canicola di metà luglio che ci fa letteralmente grondare nelle lunghe ore di attesa sotto al sole cocente: da qui, una volta trovato uno spazio, non ci si può allontanare, o è perso.

C’est Le Tour, baby. Il carrozzone a due ruote più grande e incasinato che esiste. E capitarci in mezzo per la prima volta in una sua prima volta – l’arrivo a Nizza e non sugli Champs Elysées di Parigi – è un bagno (non troppo figurato) di follia.

C’è qui davvero tutto il mondo, peggio di un qualsiasi mondiale. A partire dalle centinaia di eritrei venuti fin qui per celebrare il loro eroe in verde, Biniam Girmay, con balli, canti e coloratissimi abiti tradizionali a rallegrare ancora di più la Promenade des Anglais di Nissa La Bella.

Cerco di immaginarmi cosa possa significare, per un Paese intero, un successo come quello di Bini, ma dubito di riuscire ad avvicinarmi a questa idea, da figlia di un Paese che ha confezionato righe su righe di questo sport e che quasi non si è reso conto che le prime tre tappe di questo Tour sono partite per la prima volta proprio dalla nostra terra.

La gente del ciclismo è assurda, assurdamente folle d’amore per tutto quello che succede prima, durante e dopo il passaggio dei corridori. Io lo so bene, ma I. è sconvolto dalla quantità di persone, dalla necessità di prendere posto ore e ore prima, dalla mia resistenza (così scarsa in qualsiasi altro momento). E da come tutti, noi compresi, diventiamo come bambini ammaliati dal casino quasi carnevalesco della carovana e desiderosi di acchiappare quanti più gadget possibili (bottino: quattro cappellini, cinque borsette, due portachiavi, un paio di confezioni di salatini e svariate banane).

No, nessuno stadio o palazzetto, per quanto bello sia, può avvicinarsi a questa commistione così profonda che il ciclismo crea, tra chi lo fa e chi lo vive, da qualsiasi parte del mondo si arrivi, le persone e i luoghi che ne vengono attraversati.

Guardare i corridori arrivare uno a uno o a piccoli gruppi alla partenza o vederli sfrecciare snocciolati uno a uno come ombre colorate durante la cronometro conclusiva sembra dilatare il tempo di questi due giorni a dismisura, racchiudere in una bolla a sé stante tutto quanto, il resto della vacanza è là fuori da qualche parte – a Èze, per esempio, che ci rapisce il cuore tra la partenza del sabato mattina e la crono del giorno dopo.

Forse è anche perché in questi due giorni stavamo tutti con il fiato sospeso per vedere se davvero qualcuno avrebbe scritto a caratteri cubitali altre pagine incredibili di questo sport fatto di persone che pedalano, soffrono, esultano o piangono e nel mentre danno tutto ciò che hanno per un risultato, grande o piccolo che sia.

Come faccia Tadej Pogacar ad apparire così leggero anche qui lo sa solo lui. Lui che riesce a fare ciò che solo Pantani è riuscito a fare per l’ultima volta venticinque anni fa, e poi più nessuno fino ad ora: vincere nello stesso anno il Giro e il Tour. E farlo sembrare maledettamente facile, quando è chiaro che di facile, qui, non c’è nulla.

Nulla, nel pazzo flusso in cui tutto questo è immerso, con le vite e i sentimenti di tutti che si incastrano fra di loro – Cavendish acclamato e fermato da chiunque, Vingegaard difficile da decifrare dietro agli occhiali da sole, Evenepoel e Van Aert che chiacchierano fitto fitto, Carapaz a pois, Abrahamsen che ha fatto innamorare tutti quando la maglia bianca e rossa l’aveva indosso lui, Hindley e il suo sorriso per un gruppo di australiani che gli chiede un autografo, Cort Nielsen con i baffi blu – e di chi, come noi, li osserva passare e magari urla per unirsi al coro di chi vuole far sapere ai propri beniamini che, in qualche modo strampalato, sono amati.

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