Luce bianca | Il Lombardia 2024

Le cronache di quasi cento anni fa parlano di un Alfredo Binda che ingurgitò una trentina di uova nel giorno in cui vinse, nel 1926, il Giro di Lombardia – tra cui alcune recuperate in un rifornimento qui a Grantola, a pochi passi da casa. Arrivò al traguardo con mezz’ora di anticipo su tutti gli altri, sotto una di quelle piogge scroscianti che qua conosciamo bene, magari simile a quella che martedì scorso ha detto “stop” alla Tre Valli. Ma allora erano altri tempi, si direbbe ora.

Binda, di Lombardia, ne ha vinti quattro, come Tadej Pogačar. E come Fausto Coppi. La differenza fra i tre sta nel fatto che gli ultimi due li hanno vinti di fila, mentre l’Alfredo no. Ma questo ci importa davvero? Certo, numeri e imprese parlano, scrivono la storia di chi le ha fatte, diventano loro stessi storia buona per i libri e per le memorie da tramandare.

Il cuore, però, che posto ha in tutto ciò?

La vita che pulsa nelle gambe insieme all’acido lattico, il sudore misto a pioggia o fango, la voce di chi sta a bordo strada che diventa boato al passaggio dei corridori, lo sguardo rivolto verso l’alto a contare quanto manca per scollinare, una borraccia regalata a un bambino che corre lì di fianco: non esiste racconto senza momenti come questi. I numeri sono contorno.

Sulle prime rampe del San Fermo si spalanca quel mondo parallelo che sono le salite in una corsa. Bici appoggiate ovunque ma in ordine, l’odore di griglia, trombette e tutti quegli aggeggi (motoseghe, persino) con cui aggiungere caos al caos e trasformare un tornante qualsiasi, sovrastato da terrazzamenti ben curati e una grande villa dai muri gialli, abitualmente sonnacchioso, in una piccola curva da stadio.

Perché il ciclismo questo fa: porta la bagarre proprio lì dove la quiete domina. Poi, dopo l’onda di piena, torna il silenzio e i luoghi si richiudono su se stessi, così uguali a prima eppure irrimediabilmente trasformati.

Quando Pogačar appare in fondo alla strada non è altro che un faro di luce bianca che luccica in mezzo alla strada stagliandosi forte contro il verde scuro delle piante, il grigio dell’asfalto e i colori dei tifosi in delirio che, a confronto, sembrano indossati a caso.

Tutti gli altri alle sue spalle – non sono più molti – anche se sono rimasti indietro di parecchi minuti vogliono comunque terminare la corsa, benché il podio sia ormai lontano. E la gente li stima profondamente per questo, non sta solo a guardare i campioni per poi voltare la schiena a chi campione non è – e magari non lo diventerà mai. Passano alla spicciolata, da soli o in sparuti gruppetti, ma non gli manca mai un “alé, forza!”. Così, fino all’ultimo sulla linea del traguardo.

Tornando giù verso il centro di Como mi sembra a un tratto di essere a Lugano, tanto si somigliano questi posti con l’aura da “Piccolo mondo antico”. Sul lungolago, con l’acqua che in alcuni punti è debordata sulla strada per la troppa pioggia dei giorni precedenti, calpesto le foglie morte degli alberi da cui nasce il soprannome di questa corsa di fine stagione.

Qualcuna cade lentamente anche dalle piante accanto allo stadio, dove è tutto un brulicare di persone tra i bus, in quella tipica atmosfera da ultimo giorno di scuola (che, detto a ottobre, suona non poco assurdo). Attorno a quello dell’UAE c’è la folla ad attendere il campione del mondo, anche solo per dire di averlo visto. Lui arriva, lancia uno sguardo e sparisce alla vista come un flash, un altro lampo di luce bianca che ti spinge a domandarti se quel che è apparso fin qui sia realtà o pura fantasia.

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